L’ambasciata italiana da Tangeri a Fez nel 1875 - 3. La città di Tangeri

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L’ambasciata italiana da Tangeri a Fez nel 1875: dal libro di Edmondo de Amicis alle pitture di Stefano Ussi e Cesare Biseo

3. La città di Tangeri

L’8 di aprile del 1875, Edmondo De Amicis, come ci riporta nella cronaca del suo viaggio, ricevette da Scovasso in persona una lettera che lo invitava a raggiungere la carovana in partenza da Tangeri per Fez {tip openonclick="1" title="Nota" text="Anche Mariano Fortuny i Marsal, primo pittore che si recò in queste regioni, avrebbe voluto recarsi da Tangeri a Fez in occasione del suo secondo viaggio in Marocco nel 1862. Vedi Carbonell, Orientalisme. L’AlMaghrib i els pintors del segle XIX, p. 130 e C. González y M. Martí, Mariano Fortuny Marsal, vol. I, p. 88." sticky="1"}(25){/tip} il 19 di aprile. Il 17 aprile lo scrittore sbarcò a Tangeri e il 18 si presentò alla Legazione Italiana.

Tangeri la Bianca, come la chiamava Pierre Loti {tip openonclick="1" title="Nota" text="Pierre Loti, Al Marocco. Da Tangeri a Fez e ritorno, Franco Muzzio Editore, Padova, 1993. Loti fece un viaggio molto simile a quello di De Amicis, Ussi e Biseo. Nella primavera del 1886 viaggiò da Tangeri a Fez e ritorno come membro di una missione diplomatica francese in visita al Sultano del Marocco. Stesso tipo di viaggio compie anche Eugène Delacroix riportando le impressioni nel suo Diario. Nel gennaio del 1832 partecipò ad una missione diplomatica guidata dal Conte Mornay sbarcando a Tangeri e recandosi a Meknes e ritrno." sticky="1"}(26){/tip}, era la porta del Marocco, la prima città che vedevano i viaggiatori in arrivo da Gibilterra, il primo, duro impatto con i costumi e le antiche tradizioni dell’Oriente africano. Da una parte dello stretto la “civiltà” europea, dall’altra la “barbarie” musulmana, che il mare divide come un confine invalicabile. Fino dall’incipit dell’opera Marocco, De Amicis sottolinea questa profonda differenza:

“Lo stretto di Gibilterra è forse di tutti gli stretti quello che separa più nettamente due paesi più diversi, e questa diversità appare anche maggiore andando a Tangeri da Gibilterra. Qui ferve ancora la vita affrettata, rumorosa e splendida delle città europee; e un viaggiatore di qualunque parte d’Europa sente l’aria della sua patria nella comunanza d’una infinità d’aspetti e di consuetudini. A tre ore da là, il nome del nostro continente suona quasi come favoloso; cristiano significa nemico, la nostra civiltà è odiata o temuta o derisa; tutto, dai primi fondamenti della vita sociale fino ai più insignificanti particolari della vita privata, è cambiato…” {tip openonclick="1" title="Nota" text="Edmondo De Amicis, Marocco, con disegni di Stefano Ussi e Cesare Biseo, Fratelli Treves Editori, Milano, 1879, p. 1-2. " sticky="1"}(27){/tip} 

Al posto del moderno porto in cemento che possiamo vedere oggi, nell’Ottocento vi era un lungo tratto di acqua bassa a cui le grandi imbarcazioni non potevano avvicinarsi, a rischio di rimanere incagliate. I viaggiatori passarono quindi dalle navi alle spalle di facchini, oppure a portantine (per le signore). I portatori arabi li trasportarono, come valige e bauli, fino alla spiaggia fangosa, dove li depositarono. Ed e così che De Amicis si vide arrivare a Tangeri in una immagine piuttosto ironica che Cesare Biseo non manca di riprodurre in uno dei suoi schizzi-incisioni (Sbarco a Tangeri, p. 1), posto in apertura del primo capitolo del libro:

Cesare Biseo, Lo sbarco di De Amicis a Tangeri, litografia, Marocco“Ed io feci la mia entrata in Affrica a cavallo di un vecchio mulatto, col mento inchiodato sul suo cocuzzolo e le punte dei piedi in mare.” {tip openonclick="1" title="Nota" text="Edmondo De Amicis, Marocco, con disegni di Stefano Ussi e Cesare Biseo, Fratelli Treves Editori, Milano, 1879, p. 2." sticky="1"}(28){/tip}
Il giorno dopo lo sbarco, De Amicis incontrò alla Legazione tutti i membri della spedizione. La partenza era fissata infatti il giorno seguente. Scovasso fece però sapere ai presenti che il viaggio era stato rimandato ai primi di maggio, perché proprio in quei giorni a Fez veniva ricevuta l’ambasciata inglese. Si era scelto di viaggiare proprio in quel periodo di fine primavera per evitare i caldi torridi dell’estate, particolarmente feroci nell’interno del paese.

Fotografia del 1905 di uno sbarco sulla spiaggia di TangeriNel frattempo De Amicis e i due pittori Ussi e Biseo, vennero ospitati all’interno della Legazione, a casa del Ministro Scovasso. L’edificio si trovava nel Soco Piccolo (Zoco Chico), una piazzetta rettangolare della Medina, “circondata da bottegucce arabe, che parrebbero meschine nel più povero dei nostri villaggi”. All’epoca era la piazza principale della città, dove si affacciavano la maggior parte delle “modestissime” Legazioni straniere “che s’innalzano come palazzi in mezzo alla moltitudine confusa delle casette moresche” {tip openonclick="1" title="Nota" text="Edmondo De Amicis, Marocco, con disegni di Stefano Ussi e Cesare Biseo, Fratelli Treves Editori, Milano, 1879, p. 4-5." sticky="1"}(29){/tip}. Qui si incentrava la vita di Tangeri: si trovavano i negozi più importanti della città (tra cui la tabaccheria, la spezieria, il caffè con il biliardo), arrivavano e partivano i corrieri della posta e venivano ricevuti i viaggiatori europei. La piazza è tagliata da una lunga via principale chiamata via Shiagine {tip openonclick="1" title="Nota" text="Che in arabo significa via degli Argentieri." sticky="1"}(30){/tip} (Biseo, La strada del Soc-de-Bara, p.17). La strada sale dal mare (il primo tratto si chiama infatti via Marine), passa da due grandi portali e conduce fuori dalle mura della città “in una piazza aperta sul fianco d’una collina, chiamata Soc de Bara, o mercato esteriore, poiché ogni domenica e ogni giovedì vi si fa il mercato”. Oggi quest’ultima è una delle grandi piazze della città, ma all’epoca era semplicemente uno spazio aperto fuori dalle mura della Medina. Nelle tavole di Ussi e Biseo vi si trovano ambientate corse di cavalieri, carovane in riposo, mercati ecc, che ne sottolineano l’importanza di spazio comunitario della città. Qui si svolgevano tra l’altro la maggior parte degli eventi festivi, tra cui le celebrazioni per la nascita di Maometto o festa del Mulud. Uno degli eventi più ricorrenti di questa festa era il Lab-el-Barod: un gruppo di cavalieri si slanciava assieme in corsa sfrenata a redini sciolte. Poi all’improvviso tutti i partecipanti scaricavano i fucili lanciando il grido barod! (che significa appunto, “polvere”). Questa usanza fu molto rappresentata dagli artisti orientalisti con il nome di fantasia araba o fantasia della polvere. Con lo stesso nome era chiamato anche l’uso dei soldati magrebini a piedi di scaricare i fucili a terra tutti insieme e ballare gridando nella polvere prodotta dagli spari, mentre altri suonavano in cerchio attorno a loro. Quasi ogni pittore che si sia cimentato nell’arte orientalista, ha dipinto questi motivi.

cesare biseo feste nascita maomettoBiseo rappresentò il primo tema dei cavalieri in corsa nell’incisione Feste per la nascita di Maometto - la danza dei soldati (p.57) e Cavalieri che si slanciano alla carriera e sparano (p.53). Mentre uomini che ballano sparando in terra furono rappresentati in un’altra incisione col titolo Un concerto indiavolato (p. 64). Altri barod a cavallo furono illustrati spesso nei capitoli seguenti del libro. Ogni volta che la carovana in cammino per Fez passava da una regione, veniva ricevuta dalla tribù di appartenenza con questa usanza.
Anche Ussi rappresentò la fantasia araba a piedi nell’incisione La festa per la nascita di Maometto (p. 264-265) dove un gruppo di mori sulla destra spara al suolo, circondato dagli spettatori. Mentre illustrò la Fantasia a cavallo nell’incisione Lab el barode davanti al campo dell’ambasciata italiana (p. 185- 186)

Cesare Biseo, Le bestie per la carovana alla Casba, litografiaNella parte più alta della città vecchia, è la Casba, una grande piazza dove si affacciavano i vari edifici del governo tangerino, tra cui il palazzo del governo, la casa del governatore della città, la prigione e una moschea dalla torre ottagonale (nonostante che in una delle incisioni di Biseo, La Casba, p.37, essa venga rappresentata di forma parallelepipeda). Da qui si può ammirare il panorama di tutta la città. In questo luogo vennero riunite prima della partenza tutte le bestie della carovana: quarantacinque cavalli, una ventina di mule da sella e più di cinquanta mule da carico arrivati da Fez, oltre agli animali noleggiati direttamente a Tangeri (Biseo, Le bestie per la carovana, p. 69).

Del resto la città si dice che è un “labirinto inestricabile di stradicciuole tortuose, o piuttosto di corridoi, fiancheggiati da piccole case quadrate, bianchissime, senza finestre, con porticine per le quali passa a stento una persona” (ben rappresentata nell’incisione panoramica di Biseo Veduta di Tangeri, p. 9 e nell’olio Veduta della Casba). De Amicis la criticò per la decadenza e la sporcizia a cui si era abbandonata dopo i grandi regni del passato. Nello stesso tempo ammirò il suo mistero e la sua bellezza, quel qualcosa di selvaggio e inspiegabile, che un europeo non potrà mai svelare e capire del tutto.

Cesare Biseo, Veduta di Tangeri, litografiaGirando per le strade la maggior parte delle annotazioni scritte e disegnate riguardano i “tipi marocchini” (Biseo, p. 8) nei loro abiti tradizionali e negli atteggiamenti più tipici. Furono particolarmente ammirate le djallaba, le lunghe cappe bianche con cappuccio che avvolgono completamente il corpo, facendo assomigliare gli abitanti a monaci o senatori romani. “Stamattina l’Ussi ha scoperto un meraviglioso Marco Bruto in mezzo a un gruppo di beduini” {tip openonclick="1" title="Nota" text="Edmondo De Amicis, Marocco, con disegni di Stefano Ussi e Cesare Biseo, Fratelli Treves Editori, Milano, 1879, p. 19." sticky="1"}(31){/tip}. A confronto De Amicis vide gli abiti europei come poveri e dimessi {tip openonclick="1" title="Nota" text="Stesse considerazioni fece Delacroix nel suo Diario durante il viaggio in Marocco del 1832: “Immagina che cosa è vedere, coricati al sole o a passeggiare nelle starde, o intenti ad accomodarsi le ciabatte, dei personaggi consolari, dei Catoni, dei Bruti, ai quali non manca nemmeno l’aria sdegnosa che dovevano avere i padroni del mondo. (…) e hanno l’aria soddisfatta come doveva averla Cicerone della sedia curule. (…) In essi io ho veramente ritrovato la bellezza antica”. Confronta inoltre gli abiti europei con quelli marocchini: “Noi, con i nostri busti, le nostre scarpe strette, le nostre ridicole guaine, noi facciamo pena. La grazia si vendica della scienza”. (Milano, 2004, pp. 35, 36)." sticky="1"}(32){/tip}.
Cesare Biseo, L’entrata degli Aissaua a TangeriTra la variegata popolazione tangerina camminavano i Rifani, popolazione berbera divisa in varie tribù {tip openonclick="1" title="Nota" text="In particolare la zona di Tangeri è abitata dalla tribù che è chiamata la Cabila d’Anghera. " sticky="1"}(33){/tip} e che popola il Rif, territorio montuoso che si estende al nord del Marocco, da Tangeri al confine con l’Algeria. Gli abitanti di quelle regioni si dedicano alla pastorizia, alla coltivazione della cannabis e al banditismo. Una popolazione forte, abituata a vivere in condizioni ostili, che non riconoscevano l’autorità di nessuno, né di europei né di sultani (Biseo, Berberi del Rif, p. 33).

Piuttosto divertente è l’incontro con i santoni (Biseo, Il santo, p. 24; Santo coronato di edera, p. 256), che De Amicis, con scetticismo tutto europeo, affermò subito essere poveri “idioti o pazzi, poiché qui, come in tutta l’Affrica settentrionale, è venerato come un santo colui al quale Dio, in segno di predilezione, ha tolto la ragione per ritenerla prigioniera nel cielo” {tip openonclick="1" title="Nota" text="Edmondo De Amicis, Marocco, con disegni di Stefano Ussi e Cesare Biseo, Fratelli Treves Editori, Milano, 1879, p. 24. " sticky="1"}(34){/tip}.

Tra le varie confraternite religiose che si trovavano in Marocco, i tre fecero la conoscenza con una delle più importanti, gli Aissaua, fondata nel XV secolo dal santo Mohammed-ben-Aissa, nativo di Mechnes. Questa setta adottava pratiche corporali come l’ascesi e l’autoflagellazione di gruppo, accompagnate dalla danza e dal canto. Erano famosi per le prodezze fisiche che riuscivano a compiere, invasi da furore divino. I gruppi di religiosi erano itineranti, viaggiavano da una città all’altra raccogliendo adepti {tip openonclick="1" title="Nota" text="Questa setta è rappresentata anche da Eugène Delacroix in Fanatici a Tangeri (1837-38) e da Josep Tapirò in Festa a Tangeri. Per Delacroix vedere STEVENS, Mary Anne, The Orientalists. Delacroix to Matisse. European Painters in North Africa and Middle East, Londra, 1984, pp. 124-125. Per Tapirò vedere CARBONELL, Orientalisme; l’Al-Mahgrib i els pintors del segle XIX, 2005, pp. 144-145. Inoltre al Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi sono conservati due disegni che rappresentano le danze di un confraternita e rappresentano forse proprio quella degli Aissaua, nonostante non sia visibile la tipica treccia di capelli che questi sono soliti portare. " sticky="1"}(35){/tip}. A Tangeri De Amicis gli vide entrare nella strada che conduce al Soco Piccolo, come una folla agitata e rumorosa, che cantando e gridando si dileguò rapidamente, non senza lasciare una profonda commozione negli europei, che osservarono la scena dall’alto dei tetti delle Legazioni (Biseo, Entrata degli Aissaua, p. 49; Gli Aissaua, p. 56). Ussi gli ritrasse in un disegno e in una acquerello conservati agli Uffizi, dove un gruppo di persone balla in modo scalmanato e convulso al ritmo di tamburi (Ussi, Danza di una confraternita, e Danza).

Una comunità a parte formano poi gli ebrei, uniche persone che non hanno problemi a farsi ritrarre negli album degli artisti. I loro lineamenti sembrarono a De Amicis più simili a quelli europei, mentre le vesti erano particolarmente decorate e ricche di colori. Vivevano in quartieri loro assegnati, dai quali non potevano uscire dopo il tramonto. Erano costretti a pagare pesanti tasse e non avevano diritto di testimonianza in tribunale. Si occupavano però della maggior parte dei commerci tra l’Europa e il Marocco, spesso con la funzione di intermediari ed erano perciò tollerati (Biseo, Ebree, p.21; Ebreo, p. 245: Ragazzi ebrei, p. 340).

Tra gli spettacoli a cui gli italiani parteciparono a Tangeri, oltre a quello dell’arrivo degli Aissaua, furono la festa della circoncisione di due bambini (Biseo, Festa della Circoncisione, p. 25), il castigo di un ladro preso a bastonate dalla folla (Biseo, Castigo di un ladro, p. 32) e una processione notturna mentre portava la sposa a casa del marito, chiusa in una grande cassa sul dorso un cammello (Biseo, Sposa portata in casa del marito, p. 40). Ma gli eventi più importanti furono sicuramente i festeggiamenti per la nascita di Maometto. Questi vennero rappresentati nei vari singoli avvenimenti da Biseo (corse di cavalieri, balli, giochi e incantatori di serpenti) e in una grande veduta d’insieme del Soco Grande da Ussi. Si tratta del Muled-el Nabi, festività che segue il calendario lunare, la cui data quindi varia ogni anno.
Per quanto riguarda l’universo femminile, apparve ai viaggiatori misterioso e proibito, quindi guardato ancora di più con curiosità morbosa. Tema spesso trattato dalla pittura e dalla letteratura orientalista, la donna, schiava o favorita, nascosta nell’harem, fu sempre racchiusa da un alone di mistero. Fu un mondo soprattutto immaginato, di profumi e frivolezze, quasi sempre inaccessibile agli occhi maschili. Eppure una volta a Fez De Amicis e Biseo riuscirono di nascosto a spiare da lontano all’interno di un harem, grazie alla complicità di un custode. Da qui il famoso olio su tela di Biseo Le Favorite nel parco e le incisioni dell’edizione del ’79, Interno destinato alle donne (p. 296, sicuramente più sognato che visto personalmente) e Una terrazza a Fez (p. 345). Per il resto i ritratti femminili sono soprattutto quelli di serve e schiave. Queste avevano maggiore “libertà” di muoversi rispetto alle padrone, che passavano la vita sempre rinchiuse. Nello stesso tempo lo scrittore mise in luce con acutezza la fatica a cui erano costrette molte donne delle classi più basse della popolazione, soprattutto quelle provenienti dalle campagne. A vent’anni già sciupate dal lavoro, a trenta erano vecchie e a cinquanta ormai disfatte.

Cesare Biseo, Sulla spiaggia, verso Capo Malabat, litografiaMa la cosa che più saltò agli occhi dei viaggiatori nel visitare Tangeri fu l’incredibile mescolanza di popoli, usanze, lingue differenti che convivevano in un unico luogo. Città di porto e confine, vicinissima alla Spagna, si trovava ad avere una importanza fondamentale negli scambi commerciali e nelle relazioni politiche tra Africa ed Europa (ciò spiegò il fiorire di legazioni e ambasciate). Dalle pagine di De Amicis, tutti gli abitanti della città sembrano avere rapporti di amicizia e di affari tra loro, rispettandosi ma nello stesso tempo guardandosi con sospetto.

Emblematica è la descrizione della spiaggia di Tangeri verso sera, luogo di passeggiate e incontri {tip openonclick="1" title="Nota" text="Rappresentata anche nell’incisione di Biseo a p. 40, La spiaggia, verso il capo di Malabat." sticky="1"}(36){/tip}:
“L’ora della passeggiata è la sera, verso il tramonto. A quell’ora (sulla spiaggia) vi sarà una cinquantina d’Europei che passeggiano a coppie o a gruppi, a qualche centinaio di passi gli uni dagli altri (…). Viene innanzi una signora inglese a cavallo, accompagnata da una guida; più in là, due mori della campagna; dopo i mori, il Console di Spagna colla sua signora; poi una cameriera francese con due bimbi; poi un gran stormo di campagnole arabe (…). Direi che mi pare una passeggiata di condannati a domicilio coatto” {tip openonclick="1" title="Nota" text="Edmondo De Amicis, Marocco, con disegni di Stefano Ussi e Cesare Biseo, Fratelli Treves Editori, Milano, 1879, p.37-38. " sticky="1"}(37){/tip}.

Con l’andare del tempo molti europei residenti a Tangeri si erano “orientalizzati”: vestivano abiti marocchini, imparavano il dialetto arabo del Magreb, arredavano le case all’uso locale. Nello stesso tempo alcuni arabi si erano “occidentalizzati”, imparando ad apprezzare la compagnia europea, a fumare sigari e bere vino di nascosto, fantasticando magari un viaggio in Spagna.

Molti erano i personaggi locali che vivevano delle briciole o addirittura prosperavano all’ombra delle Legazioni straniere, veri e propri centri nevralgici della città. Esse avevano infatti la funzione di garanzia e protezione, non solo per gli europei, ma anche per la gente marocchina che si trovava più o meno al suo servizio. Ecco infatti come De Amicis descrive il clima “internazionale” che incontra a casa del ministro:
“L’edificio, per sé stesso, non ha nulla di straordinario. (…) Ma la gente, la vita di questa casa mi riuscì affatto nuova. Governante e cuoco, piemontesi; una serva mora di Tangeri ed una negra del Sudan, coi piedi nudi; camerieri e stallieri arabi vestiti di grandi camice bianche; guardie consolari, con fez, caffettano rosso e pugnale; tutta questa gente in moto per tutta la giornata. Poi, a certe ore, un andirivieni di operai ebrei, di facchini neri, d’interpreti, di soldati del pascià, di mori protetti della Legazione. (…) E la mescolanza di lingue! (…) Era un continuo intrecciarsi di traduzioni, di commenti, d’equivoci, di dubbi, intercalati di Por dios, d’Allà e di sacrati italiani.”

Il giorno 3 di maggio finalmente, dopo vari rinvii, la missione partì alla volta di Fez (Biseo, Il carico dei cammelli, p. 73, Partenza della carovana per Fez, p. 89). L’itinerario all’andata non toccò città importanti, ma al contrario la carovana sostò quasi sempre all’aperto, in tende d’accampamento. Fu accolta e scortata di volta in volta dai soldati della regione che li ospitava momentaneamente, e in loro onore vennero eseguiti sfrenati barod (Ussi, Lab –el-Barode intorno al campo dell’ambasciata italiana, p. 184-185).
I viaggiatori entrarono nelle regioni di Hadel-Garbìa, Tleta de Raissana, Alkazar-elKibir, Ben Auda, Karia-el-Abbassi, Beni Hassen, Zeguta fino ad arrivare finalmente nella città imperiale.
Fez fu descritta come una “enorme carcassa di metropoli in mezzo all’immenso cimitero del Marocco”. Qui l’ambasciata sostò ventiquattro giorni, durante i quali vennero accolti dalle innumerevoli autorità della capitale. Finalmente dopo alcuni giorni di attesa, la missione diplomatica si presentò al sovrano in persona in una grande cerimonia avvenuta fuori dalla città, tra le mura e il fiume. Il sultano rivolse il suo benvenuto all’ambasciatore e a tutti i membri della spedizione, accettò i regali offerti e promise eterna amicizia a tutta la nazione italiana.

Una udienza privata, per discutere di argomenti più pratici, avvenne invece qualche giorno più tardi nella sala dei ricevimenti del palazzo. Muley Hassan II, seduto in una piccola alcova sopra un palco di legno, comunicò con Scovasso attraverso l’interprete, il signor Morteo. Parlò di commerci, industrie e trattati, necessari al paese per avvicinarsi all’Europa. “Siamo costretti a procedere lentamente”, affermò. Dopo due anni di isolamento della capitale, il giovane sultano cercava infatti di aprire maggiormente il regno verso l’esterno. Grazie ad accordi con l’Italia, il Marocco inviò in seguito nella penisola alcuni giovani marocchini, per ricevere formazione scientifica e militare. Acquistò inoltre una cannoniera italiana (la Bashir) e sollecitò l’assistenza dell’Italia per la costruzione a Fez di una officina per la produzione di armi bianche. Nel 1882 Scovasso tornerà nuovamente a Fez, impegnandosi ad aprire la prima Legazione del Regno d’Italia nella capitale marocchina.

Il ventiquattresimo giorno di permanenza nella città, la missione si mise sulla via del ritorno. La carovana passò prima da Mechines, poi il 20 giugno da Laracce, dove sostò per un giorno. Dopo circa quattro ore di viaggio arrivò ad Arzilla, piccola città dalle alte mura a strapiombo sul mare. Da qui la carovana rientrò nuovamente a Tangeri.

Il giorno 8 di agosto il comandante, il capitano, i due pittori Ussi e Biseo e De Amicis partirono in nave per Gibilterra. Si concluse così per i due artisti il viaggio in Africa, ma non quello in Oriente.
Nel 1878 Biseo partì nuovamente per un altro viaggio, questa volta a Istambul. La missione fu quella di realizzare studi e bozzetti per illustrare Costantinopoli di De Amicis (uscito per la prima volta, a dispense, nel 1882).

Ussi invece, già più avanti con gli anni, rimase in patria e riprese, oltre ai temi orientalisti, la pittura di genere storico. Biseo si lanciò del tutto su tematiche di ambito “coloniale” realizzando opere riguardanti l’Africa italiana. Senza aver mai messo piede in Libia, realizzò le due acqueforti Una via di Tripoli (1872) e Quartiere arabo a Tripoli (1867). In occasione della visita del re Ras Makonnen a Roma nel 1886 dipinse Il ricevimento della Missione Scioana al Quirinale (1884) e La battaglia di Dogali (1887), in occasione della disfatta italiana in Eritrea.
Tarragona, 2013

Elisa Grilli di Cortona
Università degli Studi di Siena


Stefano Ussi, La scorta d’onore del figlio del governatore Ben Ada davanti all'ambasciata, Olio su tela, 1879