L’ambasciata italiana da Tangeri a Fez nel 1875: dal libro di Edmondo de Amicis alle pitture di Stefano Ussi e Cesare Biseo
1. L’interesse dell’Italia per l’Oriente
Appena raggiunta l’Unità, l’Italia si affrettò ad entrare nel numero delle potenze europee che partecipavano all’interesse generale per i paesi in via di esplorazione. Si moltiplicarono in quest’epoca le spedizioni scientifiche, politiche e diplomatiche nelle regioni africane e asiatiche. Si crearono le società geografiche e commerciali che si interessavano direttamente a studiare i territori non ancora conquistati dalle altre potenze, non solo dal punto di vista del commercio ma anche da quello politico-militare. Tra queste erano la Società Geografica Italiana fondata a Firenze da Cristoforo Negri (1867), la Società d’esplorazione commerciale in Africa (1879), e il Club africano, che poi diventò Società africana d’Italia (1882).
Ma già all’indomani della guerra ispanomarocchina del 1859-60, il giovanissimo Stato italiano cominciò a seguire con attenzione gli avvenimenti politico militari del Marocco. Mandò prima emissari diplomatici, poi vere e proprie missioni volte a raccogliere il maggior numero di informazioni geografiche, politiche, economiche e militari {tip openonclick="1" text="Andrea Vento, In silenzio gioite e soffrite. Storia dei servizi segreti italiani dal Risorgimento alla Guerra Fredda, Il Saggiatore, Milano, 2010, p. 73-74." title="Nota" sticky="1"}(1){/tip}. Parallelo a questo interesse espansionistico si stava sviluppando in Italia, così come negli altri paesi europei, un interesse “turistico”. Questo avvenne grazie non solo all’evoluzione dei mezzi di trasporto e alla crescente industrializzazione, ma anche a romanzi, giornali e riviste, che caldeggiavano e glorificavano i viaggi in Oriente, nonché la diffusione della moda dell’esotismo in tutti i settori di consumo, dall’arte alla letteratura, dal teatro all’architettura e al design. L’Oriente era visto con curiosità e mistero, come un mondo chiuso ed inesplorato dalle tradizioni antiche e ancora “barbariche”.
Alla metà dell’Ottocento, in Nord Africa, specialmente in Egitto e Tunisia, risiedevano numerose comunità italiane. Ma il rafforzamento di un particolare interesse per questi paesi, così come le prime proposte espansionistiche, sorse in relazione all’inaugurazione del Canale di Suez, il 17 novembre 1869, progettato dall’ingegnere trentino Luigi Negrelli (1799-1858). All’inaugurazione fu presente l’Incaricato di Affari Italiano, il Commendatore sardopiemontese Stefano Scovasso, nominato subito dopo l’Unità. Personaggio importante della diplomazia estera italiana di fine Ottocento, il barone Scovasso fu inizialmente viceconsole di Sardegna in Spagna e più tardi ministro plenipotenziario a Belgrado e infine a Tangeri. Egli era padrino di Stefano Hidalgo, anche questo diplomatico italiano che fu intimo amico di Edmondo De Amicis fin dai tempi dell’Istituto militare. Scovasso conobbe inoltre al Cairo i pittori Stefano Ussi e Cesare Biseo, invitati personalmente dal quinto sovrano autonomo e primo khédivé d’Egitto Ismail Pascià per collaborare alla preparazione dei festeggiamenti per l’apertura del canale. L’Egitto faceva ancora parte dell’Impero Ottomano. Entrambi erano artisti già piuttosto celebri in Italia, che proprio al servizio del Viceré egiziano affrontarono i primi lavori di soggetto orientalista, scoprendo nelle terre africane una nuova maniera di dipingere e soprattutto usare il colore, che sarà fondamentale nelle loro opere future.
Stafano Ussi (1822-1901) fu fino a quel momento un pittore essenzialmente di genere storico. Nacque e visse per buona parte della vita a Firenze dove frequentò il circolo dei pittori che si riunivano al Caffè Michelangelo e l’Accademia fiorentina di Belle Arti. Fervente patriota, nel 1848 combattè a Curtatone e a Montanara, finendo anche prigioniero per molti mesi in Austria. Nel 1854 vinse un pensionato a Roma con l’opera Boccaccio che spiega la Divina Commedia, e si costruì una buona reputazione artistica. In particolare il successo lo raggiunse dopo la presentazione all’Esposizione Nazionale di Parigi del 1861 di quello che tutt’oggi è considerato uno dei suoi capolavori, il dipinto di storia fiorentina La Cacciata del Duca d’Atene.
Nel 1868 il Governo Italiano lo incaricò di far parte della Commissione Artistica Italiana per le feste di inaugurazione dello stretto di Suez. In questa occasione fu poi chiamato al Cairo da Ismail Pascià, che gli commissionò il quadro Preghiera nel deserto. E proprio in Egitto il pittore fiorentino si confrontò per la prima volta con la pittura a soggetto orientalista: abbandonò il rigore dei quadri storici per eseguire opere caratterizzate dall’uso dell’acquerello, dallo stile sintetico e dalla pennellata rapida dei Macchiaioli e dal colorismo caldo di Delacroix. Solo un anno dopo, nel 1869, fu nuovamente invitato da Ismail Pascià, che gli commissionò personalmente il quadro Trasporto del Mahamal alla Mecca, ora situato nel palazzo Dolmbache di Costantinopoli {tip openonclick="1" title="Nota" text="Incanti e scoperte, l’Oriente nella pittura dell’Ottocento italiano, Silvana Editoriale, Milano, 2011, p. 102-103." sticky="1"}(2){/tip}.
L’altro pittore, Cesare Costantino Augusto Biseo (1843-1909), era figlio del decoratore bresciano Giovanni Battista Biseo e nacque a Roma, dove ricevette la prima formazione artistica dal padre. Lo seguì a Parigi per aiutarlo nella decorazione ad affresco del palazzo della principessa Mathilde, cugina di Napoleone III e qui incontrò i grandi maestri della pittura europea. Tornato a Roma si fece conoscere con la realizzazione di un fregio con animali che affrescò nel Caffè dei Convertiti. Quando venne chiamato dal khédievé d’Egitto, si recò innanzi tutto ad Alessandria per collaborare alla preparazione dei festeggiamenti per l’apertura del Canale di Suez. In questa città gli fu commissionata la decorazione ad affresco di alcuni edifici pubblici tra cui il Palazzo del Governo. Poi nel 1869, sempre su incarico del khédivé, si spostò al Cairo per decorare il Teatro Reale (poi dell’Opera) e vi restò due anni. In questo tempo realizzò numerosi bozzetti e disegni sulla città e la vita dei suoi abitanti, che diverranno poi pitture a olio e acquerelli {tip openonclick="1" title="Nota" text="Incanti e scoperte, l’Oriente nella pittura dell’Ottocento italiano, Silvana Editoriale, Milano, 2011, p. 108-109." sticky="1"}(3){/tip}.
Così non c’è da stupirsi che nel 1875, per accompagnare l’ambasciata italiana che portò le credenziali del nuovo stato Italiano al giovane sultano del Marocco Muley Hassan (che regnò tra il 1873 e il 1894), Stefano Scovasso abbia invitato proprio i due artisti, ancora freschi di esperienze orientali.
All’epoca non era infrequente che ad un evento ufficiale come una spedizione dell’ambasciata fossero chiamati uno o più artisti o fotografi {tip openonclick="1" title="Nota" text="Nel 1850 Roger Fenton, primo fotografo di guerra, documentò la Guerra di Crimea. Nel 1859-60 Enrique Facio documentò il conflitto ispano-marocchino. Ceuta y la guerra de Àfrica de 1859-1860, XII Jornadas de historia de Ceuta, Instituto de Éstudios Ceuties, Ceuta 2009." sticky="1"}(4){/tip}. Ma l’attrezzatura fotografica, così delicata ed ingombrante rispetto a carta, lapis e colori, non era sempre considerata pratica in un viaggio per foreste, steppe o deserti, dove spesso le strade non esistevano, o erano sentieri a mala pena visibili. Oltre al fatto che il clima caldo-secco del Marocco rendeva difficile la tecnica fotografica del collodio umido {tip openonclick="1" title="Nota" text="Gli orientalisti italiani: cento anni di esotismo 1830-1940, a cura di Rossana Bossaglia, Marsilio, Venezia, 1998, p. 32-33." sticky="1"}(5){/tip}. Nonostante questo in numerose occasioni di rilevanza internazionale, come la Guerra di Crimea o il conflitto ispano-marocchino, parteciparono numerosi fotografi, attrezzati di vere e proprie camere oscure su ruote, piccoli carri dove erano allestiti piccoli studi portatili per preparare e conservare le delicate lastre fotografiche di vetro {tip openonclick="1" title="Nota" text="RIVERO, “La fotografia milita en la guerra de Africa: Enrique Facio” in Ceuta y la Guerra de Africa de 1859-1860, Ceuta, 2009, pp. 459-492." sticky="1"}(6){/tip}.
Accanto a loro era il giornalista e scrittore Edmondo De Amicis (1846-1908), molto conosciuto in Italia in quanto famoso scrittore di libri di carattere pedagogico, ma anche di numerosi resoconti di viaggi. Nato in Liguria, scelse inizialmente la carriera militare partecipando alla battaglia di Custoza e diventando poi giornalista di guerra. Scrisse il suo primo libro nel 1868, Vita Militare. Raggiunto un certo successo, De Amicis si dedicò esclusivamente alla carriera letteraria. La sua opera maggiormente conosciuta è Cuore, una serie di racconti volti a insegnare i doveri e i valori dei figli d’Italia attraverso esempi di virtù e di sacrifici. De Amicis fu infatti, prima di tutto, un moralista e un educatore. Ancora oggi è considerato uno scrittore e un giornalista brillante, dalla prosa leggera e descrittiva, anche se risulta talvolta pomposo e profondamente nazionalista. Riesce a scrivere le sue pagine più fresche e attuali nei resoconti dei numerosi viaggi compiuti all’estero. Dagli anni ’70 dell’Ottocento scrisse sei libri di viaggi: Spagna (1873), Ricordi di Londra (1873), Olanda (1874), Marocco (1876), Costantinopoli (1882), Ricordi di Parigi (1879), Sull’Oceano (1889). Nel corso di più di venti anni a partire dal primo libro, De Amicis allargò sempre di più i confini geografici e affinò la sua tecnica di scrittura, quella del bozzetto. Si tratta di tante piccole descrizioni che, annotate giorno per giorno, formano il racconto diaristico del suo viaggio. Fu senza dubbio uno scrittore colto e abituato a documentarsi bene prima e dopo i suoi spostamenti, sulla storia e le usanze dei vari paesi che visita. Lettore appassionato delle scoperte di Stanley, trovò esempi utili negli intellettuali e viaggiatori del primo ottocento, soprattutto francesi, come Eugene Fromentin e Théophile Gautier {tip openonclick="1" title="Nota" text="Entrambi viaggiarono in Oriente: Fromentin è in Algeria nel 1852, da cui i diari di viaggio Un été dans le Sahara (1857) e Une année dans le Sahel (1858). Gautier dal 1845 al 1862 viaggia per Algeria, Grecia, Turchia ed Egitto. Ognuno di questi viaggi darà luogo a numerosi diari e romanzi, come Constantinople (1853) o Une nuit de Cléopâtre, (1838). Anche Gustave Flaubert compie un lungo viaggio in Oriente di quasi due anni a partire dal 1849. Ma il suo diario verrà pubblicato soltanto dopo la morte, mentre è conosciutissimo all’epoca il romanzo “storicoorientalista” Salambò (1862). " sticky="1"}(7){/tip}. L’esperienza orientalista di De Amicis era iniziata con il soggiorno a Costantinopoli nel 1874, accompagnato dal giovane pittore torinese Enrico Junck (1849-1878). Il viaggio avvenne esattamente un anno prima di partire per il Marocco, nonostante l’opera Costantinopoli venisse pubblicata solo nel 1879.
Alla fine dell’Ottocento furono numerosi i pittori e gli scrittori invitati a seguire in viaggio geografi, archeologi, missioni diplomatiche e ricerche dirette in Africa, in Oriente o nelle regioni polari. Non essendo ancora così diffusa la fotografia, o comunque considerata poco pratica nelle spedizioni di molti mesi, i pittori venivano incaricati dalle riviste, che li trattavano come veri corrispondenti speciali, per illustrare al pubblico italiano i misteri e le bellezze di terre poco conosciute o inesplorate {tip openonclick="1" title="Nota" text="Spesso erano chiamati entrambi, sia artisti che fotografi, come nel caso della guerra ispanomarocchina, dove partecipò il pittore catalano Mariano Fortuny y Marsal e il fotografo Enrique Facio. Vedi Ceuta y la guerra de Àfrica de 1859-1860, XII Jornadas de historia de Ceuta, Instituto de Éstudios Ceuties, Ceuta 2009." sticky="1"}(8){/tip}. Scrittori e pittori collaboravano insieme per nutrire l’immaginario pubblico, stuzzicando la febbre di informazione e di curiosità della borghesia verso l’esotico, contribuendo così a diffondere la formazione di un gusto orientalista.
Accanto a quelle dei pionieri francesi, sono moltissime le missioni diplomatiche ed esplorative nei paesi africani accompagnate da artisti e letterati italiani {tip openonclick="1" title="Nota" text="Raffaella Pastore, “…per ebrietà di luce e colore”: Stefano Ussi e l’esperienza dell’Oriente, in “Polittico”, vol. 2, pp. 171-191." sticky="1"}(9){/tip}. A partire dal 1839 viaggiarono assieme alle carovane artisti come Raffaele Carelli (1795-1864, Ippolito Caffi (1809-1866), Carlo Bossoli (1815- 1884), Umberto Dell’Orto (1848-1895), Pompeo Mariani (1857-1927), Filippo Carcano (1840-1914) e altri. Uno dei viaggiatori più famosi fu Alberto Pasini (1826-1899), celebre per i suoi quadri sulla caccia col falcone e le carovane, ambientati in Persia. Nel 1855 seguì, in qualità di disegnatore, il ministro francese Nicolas Prosper Burée (1811-1886) in una missione diplomatica in Persia, Turchia, Siria, Arabia ed Egitto.
Tra gli scrittori-avventurieri della fine dell’Ottocento si annoverano Giuseppe Haimann (1828-1883), Giuseppe Garibaldi (1807-1882) e Leone Caetani (1869-1935), storico e massimo studioso italiano di cultura islamica. Così De Amicis, Ussi e Biseo furono chiamati da Stefano Scovasso a partecipare alla prima missione diplomatica Italiana a Fez. Questo viaggio fa parte di un contesto di scambi culturali con l’Oriente già ben avviati dall’inizio dell’Ottocento dalle potenze europee, a cui solo da poco l’Italia si preparava a prendere parte. Questi “interessi orientali sfoceranno in seguito a una vera e propria corsa al colonialismo, già iniziata per gli altri paesi, più tardiva invece per quanto riguarda l’Italia.
