L’ambasciata italiana da Tangeri a Fez nel 1875: dal libro di Edmondo de Amicis alle pitture di Stefano Ussi e Cesare Biseo
1. L’interesse dell’Italia per l’Oriente
Appena raggiunta l’Unità, l’Italia si affrettò ad entrare nel numero delle potenze europee che partecipavano all’interesse generale per i paesi in via di esplorazione. Si moltiplicarono in quest’epoca le spedizioni scientifiche, politiche e diplomatiche nelle regioni africane e asiatiche. Si crearono le società geografiche e commerciali che si interessavano direttamente a studiare i territori non ancora conquistati dalle altre potenze, non solo dal punto di vista del commercio ma anche da quello politico-militare. Tra queste erano la Società Geografica Italiana fondata a Firenze da Cristoforo Negri (1867), la Società d’esplorazione commerciale in Africa (1879), e il Club africano, che poi diventò Società africana d’Italia (1882).
Ma già all’indomani della guerra ispanomarocchina del 1859-60, il giovanissimo Stato italiano cominciò a seguire con attenzione gli avvenimenti politico militari del Marocco. Mandò prima emissari diplomatici, poi vere e proprie missioni volte a raccogliere il maggior numero di informazioni geografiche, politiche, economiche e militari {tip openonclick="1" text="Andrea Vento, In silenzio gioite e soffrite. Storia dei servizi segreti italiani dal Risorgimento alla Guerra Fredda, Il Saggiatore, Milano, 2010, p. 73-74." title="Nota" sticky="1"}(1){/tip}. Parallelo a questo interesse espansionistico si stava sviluppando in Italia, così come negli altri paesi europei, un interesse “turistico”. Questo avvenne grazie non solo all’evoluzione dei mezzi di trasporto e alla crescente industrializzazione, ma anche a romanzi, giornali e riviste, che caldeggiavano e glorificavano i viaggi in Oriente, nonché la diffusione della moda dell’esotismo in tutti i settori di consumo, dall’arte alla letteratura, dal teatro all’architettura e al design. L’Oriente era visto con curiosità e mistero, come un mondo chiuso ed inesplorato dalle tradizioni antiche e ancora “barbariche”.
Alla metà dell’Ottocento, in Nord Africa, specialmente in Egitto e Tunisia, risiedevano numerose comunità italiane. Ma il rafforzamento di un particolare interesse per questi paesi, così come le prime proposte espansionistiche, sorse in relazione all’inaugurazione del Canale di Suez, il 17 novembre 1869, progettato dall’ingegnere trentino Luigi Negrelli (1799-1858). All’inaugurazione fu presente l’Incaricato di Affari Italiano, il Commendatore sardopiemontese Stefano Scovasso, nominato subito dopo l’Unità. Personaggio importante della diplomazia estera italiana di fine Ottocento, il barone Scovasso fu inizialmente viceconsole di Sardegna in Spagna e più tardi ministro plenipotenziario a Belgrado e infine a Tangeri. Egli era padrino di Stefano Hidalgo, anche questo diplomatico italiano che fu intimo amico di Edmondo De Amicis fin dai tempi dell’Istituto militare. Scovasso conobbe inoltre al Cairo i pittori Stefano Ussi e Cesare Biseo, invitati personalmente dal quinto sovrano autonomo e primo khédivé d’Egitto Ismail Pascià per collaborare alla preparazione dei festeggiamenti per l’apertura del canale. L’Egitto faceva ancora parte dell’Impero Ottomano. Entrambi erano artisti già piuttosto celebri in Italia, che proprio al servizio del Viceré egiziano affrontarono i primi lavori di soggetto orientalista, scoprendo nelle terre africane una nuova maniera di dipingere e soprattutto usare il colore, che sarà fondamentale nelle loro opere future.
Stafano Ussi (1822-1901) fu fino a quel momento un pittore essenzialmente di genere storico. Nacque e visse per buona parte della vita a Firenze dove frequentò il circolo dei pittori che si riunivano al Caffè Michelangelo e l’Accademia fiorentina di Belle Arti. Fervente patriota, nel 1848 combattè a Curtatone e a Montanara, finendo anche prigioniero per molti mesi in Austria. Nel 1854 vinse un pensionato a Roma con l’opera Boccaccio che spiega la Divina Commedia, e si costruì una buona reputazione artistica. In particolare il successo lo raggiunse dopo la presentazione all’Esposizione Nazionale di Parigi del 1861 di quello che tutt’oggi è considerato uno dei suoi capolavori, il dipinto di storia fiorentina La Cacciata del Duca d’Atene.
Nel 1868 il Governo Italiano lo incaricò di far parte della Commissione Artistica Italiana per le feste di inaugurazione dello stretto di Suez. In questa occasione fu poi chiamato al Cairo da Ismail Pascià, che gli commissionò il quadro Preghiera nel deserto. E proprio in Egitto il pittore fiorentino si confrontò per la prima volta con la pittura a soggetto orientalista: abbandonò il rigore dei quadri storici per eseguire opere caratterizzate dall’uso dell’acquerello, dallo stile sintetico e dalla pennellata rapida dei Macchiaioli e dal colorismo caldo di Delacroix. Solo un anno dopo, nel 1869, fu nuovamente invitato da Ismail Pascià, che gli commissionò personalmente il quadro Trasporto del Mahamal alla Mecca, ora situato nel palazzo Dolmbache di Costantinopoli {tip openonclick="1" title="Nota" text="Incanti e scoperte, l’Oriente nella pittura dell’Ottocento italiano, Silvana Editoriale, Milano, 2011, p. 102-103." sticky="1"}(2){/tip}.
L’altro pittore, Cesare Costantino Augusto Biseo (1843-1909), era figlio del decoratore bresciano Giovanni Battista Biseo e nacque a Roma, dove ricevette la prima formazione artistica dal padre. Lo seguì a Parigi per aiutarlo nella decorazione ad affresco del palazzo della principessa Mathilde, cugina di Napoleone III e qui incontrò i grandi maestri della pittura europea. Tornato a Roma si fece conoscere con la realizzazione di un fregio con animali che affrescò nel Caffè dei Convertiti. Quando venne chiamato dal khédievé d’Egitto, si recò innanzi tutto ad Alessandria per collaborare alla preparazione dei festeggiamenti per l’apertura del Canale di Suez. In questa città gli fu commissionata la decorazione ad affresco di alcuni edifici pubblici tra cui il Palazzo del Governo. Poi nel 1869, sempre su incarico del khédivé, si spostò al Cairo per decorare il Teatro Reale (poi dell’Opera) e vi restò due anni. In questo tempo realizzò numerosi bozzetti e disegni sulla città e la vita dei suoi abitanti, che diverranno poi pitture a olio e acquerelli {tip openonclick="1" title="Nota" text="Incanti e scoperte, l’Oriente nella pittura dell’Ottocento italiano, Silvana Editoriale, Milano, 2011, p. 108-109." sticky="1"}(3){/tip}.
Così non c’è da stupirsi che nel 1875, per accompagnare l’ambasciata italiana che portò le credenziali del nuovo stato Italiano al giovane sultano del Marocco Muley Hassan (che regnò tra il 1873 e il 1894), Stefano Scovasso abbia invitato proprio i due artisti, ancora freschi di esperienze orientali.
All’epoca non era infrequente che ad un evento ufficiale come una spedizione dell’ambasciata fossero chiamati uno o più artisti o fotografi {tip openonclick="1" title="Nota" text="Nel 1850 Roger Fenton, primo fotografo di guerra, documentò la Guerra di Crimea. Nel 1859-60 Enrique Facio documentò il conflitto ispano-marocchino. Ceuta y la guerra de Àfrica de 1859-1860, XII Jornadas de historia de Ceuta, Instituto de Éstudios Ceuties, Ceuta 2009." sticky="1"}(4){/tip}. Ma l’attrezzatura fotografica, così delicata ed ingombrante rispetto a carta, lapis e colori, non era sempre considerata pratica in un viaggio per foreste, steppe o deserti, dove spesso le strade non esistevano, o erano sentieri a mala pena visibili. Oltre al fatto che il clima caldo-secco del Marocco rendeva difficile la tecnica fotografica del collodio umido {tip openonclick="1" title="Nota" text="Gli orientalisti italiani: cento anni di esotismo 1830-1940, a cura di Rossana Bossaglia, Marsilio, Venezia, 1998, p. 32-33." sticky="1"}(5){/tip}. Nonostante questo in numerose occasioni di rilevanza internazionale, come la Guerra di Crimea o il conflitto ispano-marocchino, parteciparono numerosi fotografi, attrezzati di vere e proprie camere oscure su ruote, piccoli carri dove erano allestiti piccoli studi portatili per preparare e conservare le delicate lastre fotografiche di vetro {tip openonclick="1" title="Nota" text="RIVERO, “La fotografia milita en la guerra de Africa: Enrique Facio” in Ceuta y la Guerra de Africa de 1859-1860, Ceuta, 2009, pp. 459-492." sticky="1"}(6){/tip}.
Accanto a loro era il giornalista e scrittore Edmondo De Amicis (1846-1908), molto conosciuto in Italia in quanto famoso scrittore di libri di carattere pedagogico, ma anche di numerosi resoconti di viaggi. Nato in Liguria, scelse inizialmente la carriera militare partecipando alla battaglia di Custoza e diventando poi giornalista di guerra. Scrisse il suo primo libro nel 1868, Vita Militare. Raggiunto un certo successo, De Amicis si dedicò esclusivamente alla carriera letteraria. La sua opera maggiormente conosciuta è Cuore, una serie di racconti volti a insegnare i doveri e i valori dei figli d’Italia attraverso esempi di virtù e di sacrifici. De Amicis fu infatti, prima di tutto, un moralista e un educatore. Ancora oggi è considerato uno scrittore e un giornalista brillante, dalla prosa leggera e descrittiva, anche se risulta talvolta pomposo e profondamente nazionalista. Riesce a scrivere le sue pagine più fresche e attuali nei resoconti dei numerosi viaggi compiuti all’estero. Dagli anni ’70 dell’Ottocento scrisse sei libri di viaggi: Spagna (1873), Ricordi di Londra (1873), Olanda (1874), Marocco (1876), Costantinopoli (1882), Ricordi di Parigi (1879), Sull’Oceano (1889). Nel corso di più di venti anni a partire dal primo libro, De Amicis allargò sempre di più i confini geografici e affinò la sua tecnica di scrittura, quella del bozzetto. Si tratta di tante piccole descrizioni che, annotate giorno per giorno, formano il racconto diaristico del suo viaggio. Fu senza dubbio uno scrittore colto e abituato a documentarsi bene prima e dopo i suoi spostamenti, sulla storia e le usanze dei vari paesi che visita. Lettore appassionato delle scoperte di Stanley, trovò esempi utili negli intellettuali e viaggiatori del primo ottocento, soprattutto francesi, come Eugene Fromentin e Théophile Gautier {tip openonclick="1" title="Nota" text="Entrambi viaggiarono in Oriente: Fromentin è in Algeria nel 1852, da cui i diari di viaggio Un été dans le Sahara (1857) e Une année dans le Sahel (1858). Gautier dal 1845 al 1862 viaggia per Algeria, Grecia, Turchia ed Egitto. Ognuno di questi viaggi darà luogo a numerosi diari e romanzi, come Constantinople (1853) o Une nuit de Cléopâtre, (1838). Anche Gustave Flaubert compie un lungo viaggio in Oriente di quasi due anni a partire dal 1849. Ma il suo diario verrà pubblicato soltanto dopo la morte, mentre è conosciutissimo all’epoca il romanzo “storicoorientalista” Salambò (1862). " sticky="1"}(7){/tip}. L’esperienza orientalista di De Amicis era iniziata con il soggiorno a Costantinopoli nel 1874, accompagnato dal giovane pittore torinese Enrico Junck (1849-1878). Il viaggio avvenne esattamente un anno prima di partire per il Marocco, nonostante l’opera Costantinopoli venisse pubblicata solo nel 1879.
Alla fine dell’Ottocento furono numerosi i pittori e gli scrittori invitati a seguire in viaggio geografi, archeologi, missioni diplomatiche e ricerche dirette in Africa, in Oriente o nelle regioni polari. Non essendo ancora così diffusa la fotografia, o comunque considerata poco pratica nelle spedizioni di molti mesi, i pittori venivano incaricati dalle riviste, che li trattavano come veri corrispondenti speciali, per illustrare al pubblico italiano i misteri e le bellezze di terre poco conosciute o inesplorate {tip openonclick="1" title="Nota" text="Spesso erano chiamati entrambi, sia artisti che fotografi, come nel caso della guerra ispanomarocchina, dove partecipò il pittore catalano Mariano Fortuny y Marsal e il fotografo Enrique Facio. Vedi Ceuta y la guerra de Àfrica de 1859-1860, XII Jornadas de historia de Ceuta, Instituto de Éstudios Ceuties, Ceuta 2009." sticky="1"}(8){/tip}. Scrittori e pittori collaboravano insieme per nutrire l’immaginario pubblico, stuzzicando la febbre di informazione e di curiosità della borghesia verso l’esotico, contribuendo così a diffondere la formazione di un gusto orientalista.
Accanto a quelle dei pionieri francesi, sono moltissime le missioni diplomatiche ed esplorative nei paesi africani accompagnate da artisti e letterati italiani {tip openonclick="1" title="Nota" text="Raffaella Pastore, “…per ebrietà di luce e colore”: Stefano Ussi e l’esperienza dell’Oriente, in “Polittico”, vol. 2, pp. 171-191." sticky="1"}(9){/tip}. A partire dal 1839 viaggiarono assieme alle carovane artisti come Raffaele Carelli (1795-1864, Ippolito Caffi (1809-1866), Carlo Bossoli (1815- 1884), Umberto Dell’Orto (1848-1895), Pompeo Mariani (1857-1927), Filippo Carcano (1840-1914) e altri. Uno dei viaggiatori più famosi fu Alberto Pasini (1826-1899), celebre per i suoi quadri sulla caccia col falcone e le carovane, ambientati in Persia. Nel 1855 seguì, in qualità di disegnatore, il ministro francese Nicolas Prosper Burée (1811-1886) in una missione diplomatica in Persia, Turchia, Siria, Arabia ed Egitto.
Tra gli scrittori-avventurieri della fine dell’Ottocento si annoverano Giuseppe Haimann (1828-1883), Giuseppe Garibaldi (1807-1882) e Leone Caetani (1869-1935), storico e massimo studioso italiano di cultura islamica. Così De Amicis, Ussi e Biseo furono chiamati da Stefano Scovasso a partecipare alla prima missione diplomatica Italiana a Fez. Questo viaggio fa parte di un contesto di scambi culturali con l’Oriente già ben avviati dall’inizio dell’Ottocento dalle potenze europee, a cui solo da poco l’Italia si preparava a prendere parte. Questi “interessi orientali sfoceranno in seguito a una vera e propria corsa al colonialismo, già iniziata per gli altri paesi, più tardiva invece per quanto riguarda l’Italia.
L’ambasciata italiana da Tangeri a Fez nel 1875: dal libro di Edmondo de Amicis alle pitture di Stefano Ussi e Cesare Biseo
2. Il viaggio dell’Ambasciata italiana, tra esplorazione, commercio e missione artistico-letteraria
È proprio dall’opera Marocco di Edmondo De Amicis, che ricaviamo il maggior numero di notizie sulla missione diplomatica Italiana che si reca da Tangeri a Fez nella primavera del 1875 {tip openonclick="1" title="Nota" text="Edmondo De Amicis, Marocco, con disegni di Stefano Ussi e Cesare Biseo, Fratelli Treves Editori, Milano, 1879." sticky="1"}(10){/tip}.
La città di Tangeri, dove sbarcarono e si radunarono i partecipanti al viaggio, era infatti sede della Legazione Italiana, che si trovava a quel tempo nella piazza del Soco Piccolo (Zoco Chico). La missione diplomatica fu guidata da quattro funzionari. Il primo, capo della spedizione, il Commendatore Stefano Scovasso, che già a partire dal 1869 si adoperò per dare un ruolo attivo all’Italia in Marocco, tramite trattati di commercio e accordi personali con il Sultano. Ma fino al 1875 nessuna missione diplomatica italiana si era mai recata fisicamente a Fez e si aspettava quindi di essere accolta con grande solennità dal giovane sultano Muley el Hassan I, salito al trono solo nel 1873. Il secondo fu il capo di Stato Maggiore Giulio di Boccard, che scrisse in questa occasione Considerazioni militari sul Marocco. Questo è un interessante rapporto, corredato di belle carte topografiche, finalizzato alla conoscenza a scopo militare del territorio e delle forze marocchine. Gli altri furono Fortunato Cassone, Ministro della Marina, capitano di vascello e comandante del regio trasporto Dora e Paolo Grande, vice console italiano a Tangeri.
Partecipò inoltre alla spedizione il genovese Carlo Morteo, agente consolare di Italia nella città di Mazagan (oggi nota come El Jaddida) e titolare di una azienda di trasporti. Parlando perfettamente l’arabo ebbe la funzione di interprete principale durante il viaggio. Altri partecipanti furono il signor Patxot, ex ministro di Spagna a Tangeri e amico di Morteo, Salomone Aflalo, secondo dracomanno della Legazione italiana a Tangeri, Miguerez, medico ebreo della carovana nativo di Algeri e Mohamed Ducali {tip openonclick="1" title="Nota" text="Personaggio importante di Tangeri, fu ritratto anche dal pittore spagnolo Josep Tapirò (1836-1913). Sulla pittura di Tapirò, vedere “El misteri de Tànger o la petita Constantinople: la pintura di Josep Tapiró” in Carbonell, Orientalisme. L’Al-Maghrib i els pintors del segle XIX, pp. 147-195." sticky="1"}(11){/tip}, protetto della Legazione italiana che accompagnò l’ambasciata in qualità di scrivano. Infine Hamed Ben Kasen Buhamai, comandante della scorta di quaranta soldati e generale dell’esercito imperiale, mandato dal Sultano per accompagnare la spedizione fino a Fez. Egli fu il responsabile della salute e dell’incolumità dei partecipanti al viaggio e ne rispondeva direttamente di fronte al re.
Oltre al primo saluto del re Vittorio Emanuele II, la carovana portò in dono al Sultano alcuni oggetti d’artigianato italiano: poltrone, specchi, candelabri e un ritratto del re d’Italia.

Edmondo De Amicis si presenta nella sua stessa opera in qualità di inviato speciale del periodico settimanale L’Illustrazione Italiana per raccontare al suo fedele pubblico, già informato dell’evento da annunci e articoli anteriori alla partenza, questo avventuroso viaggio.
Il resoconto fu scritto tra il 1875 e il 1876, riordinando gli appunti che De Amicis prese direttamente sul posto e fu pubblicato per la prima volta nel 1876 dai Fratelli Treves, stessa casa editrice dell’Illustrazione Italiana. Una nuova edizione uscirà poi nel 1879, accompagnata dalle incisioni tratte dai disegni e dalle pitture dei due compagni di viaggio dello scrittore, Ussi e Biseo.
Stefano Ussi è descritto come un personaggio un po’ schivo, silenzioso, qualche volta irascibile. Fu ritratto spesso da Biseo in scene di gruppo con gli altri partecipanti alla spedizione, sempre riconoscibile per la folta barba.
Ussi, nelle sue incisioni, sembra soprattutto interessato alla pittura di vedute paesaggistiche o dai grandi spettacoli militari come il cosiddetto barod o tabaurida {tip openonclick="1" title="Nota" text="Si tratta di una sorta di gioco di destrezza tra i cavalieri, che alla fine si convertì in una attrazione per i turisti stranieri. Fu molto rappresentata dagli artisti europei, tra i quali Georges Clairin, Mariano Fortuny, Victor Eeckhout, Mariano Bertuchi, Josè Gallego Arnosa, Edward Aubrey Hunt e altri." sticky="1"}(12){/tip}, in cui sia percepibile una certa atmosfera epica di movimento e battaglia {tip openonclick="1" title="Nota" text="Valentina Bezzi, De Amicis in Marocco. L’esotismo dimidiato. Scrittura e avventura in un reportage di fine Ottocento, Socrates, Padova, 2001, p. 62-63." sticky="1"}(13){/tip}.
Rispetto a Biseo produsse molti meno schizzi e bozzetti, ma preferì prendere pochi appunti, dipingendo poi a memoria, nella tranquillità del suo studio fiorentino, poche grandi tele ad olio. Secondo Romualdo Pantini (1877-1945), che lo conobbe direttamente, Ussi, ormai non più giovane, raccontò che temeva di essere preso a sassate dai marocchini, dato che rappresentare la figura umana è considerata dagli arabi una violazione delle leggi del Corano. E infatti i due pittori ebbero non poche difficoltà nel ritrarre le persone locali {tip openonclick="1" title="Nota" text="Romualdo Pantini, Artisti contemporanei: Stefano Ussi, nella rivista “Emporium”, maggio 1900, vol. XI, n. 65." sticky="1"}(14){/tip}. Gli rappresentarono semmai da lontano, o mentre dormivano. Oppure si ridussero a disegnare gli animali e gli oggetti dell’accampamento. Gli unici che si prestarono tranquillamente alla penna degli artisti furono gli ebrei, non impediti da nessun divieto {tip openonclick="1" title="Nota" text="Stessi problemi avranno anche altri pittori che si recano in Marocco, tra cui Mariano Fortuny ed Eugène Delacroix. Di fatto i disegni di Fortuny che rappresentano i mori di Tetuan e Tangeri, ritraggono quasi esclusivamente ebrei e così dei quadri orientalisti che conosciamo di Delacroix, come Matrimonio ebreo a Tangeri o Ebrea vestita a festa. Vedi CARBONELL, Jordi À., El viatge a Orient i la pintura del segle XIX. Algunes particularitats de la pràctica pictorica en terres musulmanes, in Els camins, el viatge, els artistes, 2007, pp. ; Jordi A. Carbonell, Marià Fortuny i la descoberta d’Africa, p. 36 e Eugène Delacroix, Diario 1822-1863, p." sticky="1"} (15){/tip}.
Per il libro Ussi fece tradurre a incisione litografica da Borrani solo quattro grandi opere ad olio dedicate ai momenti più solenni della spedizione:
-La scorta d’onore davanti all’ambasciata {tip openonclick="1" title="Nota" text="De Amicis, Marocco, pp. 136-137 dell’edizione Treves 1879. Il quadro ad olio si trova nella Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma." sticky="1"}(16){/tip}
-Lab el barode (giuochi con la polvere) davanti al campo dell’ambasciata italiana {tip openonclick="1" title="Nota" text="De Amicis, Marocco, pp. 185-186 dell’edizione Treves 1879. Il quadro ad olio si trova nella Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma" sticky="1"}(17){/tip}
-La festa per la nascita di Maometto sulla piazza del mercato a Tangeri {tip openonclick="1" title="Nota" text="De Amicis, Marocco, pp. 264-265 dell’edizione Treves 1879. Il quadro ad olio si trova nella Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma. Questo stesso soggetto è dipinto da Fortuny con il nome di Fantasia Araba (1867)." sticky="1"}(18){/tip}
-L’ambasciata davanti al sultano {tip openonclick="1" title="Nota" text="De Amicis, Marocco, pp. 376-377 dell’edizione Treves 1879. Il quadro ad olio si trova nella Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma. Qui Ussi si è autoritratto mentre solleva il cappello. La stessa cerimonia è rappresentata da Eugène Delacroix nell’olio su tela Mulay-Abd-el-Rahman, sultano del Marocco (1845), dove però la città sullo sfondo è Meknes invece di Fez." sticky="1"}(19){/tip}
Tuttavia, rimase affascinato anche dalle figure statuarie di cavalieri e governatori come lo stesso sultano Muley Hassan. I taccuini dei suoi schizzi sul Marocco si trova a Milano, nella collezione privata Ventura. Altri schizzi, acquerelli e piccoli oli su tela e tavola si trovano a Firenze, nella Galleria di Arte Moderna e nel Gabinetto disegni e stampe degli Uffizi. Opere dello stesso viaggio sono conservate al Museo Municipale di Arezzo e alla Galleria di Arte Moderna di Torino. Un acquerello intitolato Marocchino si trova inoltre alla Galleria Ricci-Oddi di Piacenza. Molte sono le opere di Ussi sparse per collezioni private e nel mercato delle case d’asta. È comunque sempre molto difficile riuscire a distinguere se si tratta di pitture e bozzetti riguardanti il soggiorno in Egitto, molto più lungo e produttivo, o quello in Marocco {tip openonclick="1" title="Nota" text="La casa d’aste Pandolfini di Firenze ha messo più volte in vendita opere orientaliste di Ussi: il 7 ottobre 1996 Gruppo di orientali e Soldato orientale dalla collezione dei conti Beni di Stia. Il 16 marzo 2000 è andata all’asta Fantasia araba. Il 29 ottobre 2008 è stata la volta di Arabo seduto" sticky="1"}(20){/tip}.
Il più giovane Cesare Biseo sembra invece più curioso e prolifico. Realizzò il maggior numero di bozzetti del libro, rappresentando scene di genere, piccoli paesaggi, architetture moresche e ritratti. Scene di vita di strada, di santoni, di incantatori di serpenti, di mercato, matrimoni e seppellimenti di cadaveri, torture e punizioni inflitte a ladri e ribelli e altre sono accompagnate spesso da didascalie che sono anche richiami puntuali al testo.
È lui a ritrarre i compagni di viaggio, piccoli personaggi quasi caricaturali e spersi nel grande e sconosciuto territorio marocchino. Tuttavia non rinunciò a realizzare anche quadri panoramici o scene ufficiali {tip openonclick="1" title="Nota" text="I suoi bozzetti sono tradotti in incisioni da Canedi e Barberis, che spesso collaborano con la rivista. " sticky="1"}(21){/tip}.
De Amicis lo ritrasse a sua volta con la scrittura, presentandocelo come un personaggio piuttosto burlone, che si divertiva talvolta a prendere in giro i compagni utilizzando la propria abilità artistica:
“La sera passò senz’avvenimenti notevoli, fuorché la scoperta ch’io feci d’uno scorpionaccio nero sopra il cuscino del mio letto, nel momento che stavo per coricarmi. Fu però un terrore passeggiero, poiché avvicinandomi a poco a poco col lume, lessi sul dorso dell’animale l’iscrizione rassicurante: -Cesare Biseo fece addì 5 maggio 1875.” {tip openonclick="1" title="Nota" text="Edmondo De Amicis, Marocco, con disegni di Stefano Ussi e Cesare Biseo, Fratelli Treves Editori, Milano, 1879, p. 147." sticky="1"}(22){/tip}
Molte delle opere di Biseo sono conservate, oltre che sul mercato e in collezioni private, alla Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma, alla Galleria Ricci Oddi di Arte Moderna di Piacenza, alla Galleria di Arte Moderna di Palermo. Dai numerosi bozzetti e studi prodotti in Marocco realizza diverse opere su tela, tra le quali Mercato Arabo (1876) e Palazzo di giustizia a Tangeri (Veduta della Casba), opera che presentò all’Esposizione di Belle Arti di Napoli del 1877 e costituì il suo esordio espositivo. La Casba fu uno dei luoghi più rappresentati dagli artisti a Tangeri {tip openonclick="1" title="Nota" text="Tutti gli artisti che passarono da Tangeri rappresentarono questa piazza. Tra questi Eugéne Delacroix, Josep Tapirò, Mariano Fortuny, Frank Brangwyn, Henry Tanner, Benjamin Constant, Albert Marquet Henry Matisse." sticky="1"}(23){/tip}, una città che in fin dei conti non possedeva la maestosità e bellezza di luoghi come Fez, Meknes o Marrakech. Era i luogo più caratteristico e “orientalista”, con i grandi archi a ferro di cavallo della tesoreria e dell’edificio del governatore. D’altra parte era però una città “occidentalizzata” e sicura, dove gli europei potevano incontrare molti dei confort a cui erano abituati nei loro paesi.
Nel 1880 fu la volta di sei acquerelli di ispirazione nordafricana, presentati alla Mostra Nazionale di Torino. Nel 1883 partecipò all’esposizione Internazionale di Belle Arti con la grande tela Ricevimento della prima ambasciata Italiana in Marocco (Roma, Palazzo della Consulta). Anche l’olio Nel deserto (1889) sembra riferirsi al soggiorno marocchino, che, esposto nel 1900 alla mostra della Società “In Arte Libertas” a Roma, fu acquistato dalla Casa Reale {tip openonclick="1" title="Nota" text="Incanti e scoperte: l’Oriente nella pittura dell’Ottocento italiano, a cura di Emanuela Agiuli e Anna Villari, Silvana Editoriale, Milano, 2011." sticky="1"}(24){/tip} .
L’ambasciata italiana da Tangeri a Fez nel 1875: dal libro di Edmondo de Amicis alle pitture di Stefano Ussi e Cesare Biseo
3. La città di Tangeri
L’8 di aprile del 1875, Edmondo De Amicis, come ci riporta nella cronaca del suo viaggio, ricevette da Scovasso in persona una lettera che lo invitava a raggiungere la carovana in partenza da Tangeri per Fez {tip openonclick="1" title="Nota" text="Anche Mariano Fortuny i Marsal, primo pittore che si recò in queste regioni, avrebbe voluto recarsi da Tangeri a Fez in occasione del suo secondo viaggio in Marocco nel 1862. Vedi Carbonell, Orientalisme. L’AlMaghrib i els pintors del segle XIX, p. 130 e C. González y M. Martí, Mariano Fortuny Marsal, vol. I, p. 88." sticky="1"}(25){/tip} il 19 di aprile. Il 17 aprile lo scrittore sbarcò a Tangeri e il 18 si presentò alla Legazione Italiana.
Tangeri la Bianca, come la chiamava Pierre Loti {tip openonclick="1" title="Nota" text="Pierre Loti, Al Marocco. Da Tangeri a Fez e ritorno, Franco Muzzio Editore, Padova, 1993. Loti fece un viaggio molto simile a quello di De Amicis, Ussi e Biseo. Nella primavera del 1886 viaggiò da Tangeri a Fez e ritorno come membro di una missione diplomatica francese in visita al Sultano del Marocco. Stesso tipo di viaggio compie anche Eugène Delacroix riportando le impressioni nel suo Diario. Nel gennaio del 1832 partecipò ad una missione diplomatica guidata dal Conte Mornay sbarcando a Tangeri e recandosi a Meknes e ritrno." sticky="1"}(26){/tip}, era la porta del Marocco, la prima città che vedevano i viaggiatori in arrivo da Gibilterra, il primo, duro impatto con i costumi e le antiche tradizioni dell’Oriente africano. Da una parte dello stretto la “civiltà” europea, dall’altra la “barbarie” musulmana, che il mare divide come un confine invalicabile. Fino dall’incipit dell’opera Marocco, De Amicis sottolinea questa profonda differenza:
“Lo stretto di Gibilterra è forse di tutti gli stretti quello che separa più nettamente due paesi più diversi, e questa diversità appare anche maggiore andando a Tangeri da Gibilterra. Qui ferve ancora la vita affrettata, rumorosa e splendida delle città europee; e un viaggiatore di qualunque parte d’Europa sente l’aria della sua patria nella comunanza d’una infinità d’aspetti e di consuetudini. A tre ore da là, il nome del nostro continente suona quasi come favoloso; cristiano significa nemico, la nostra civiltà è odiata o temuta o derisa; tutto, dai primi fondamenti della vita sociale fino ai più insignificanti particolari della vita privata, è cambiato…” {tip openonclick="1" title="Nota" text="Edmondo De Amicis, Marocco, con disegni di Stefano Ussi e Cesare Biseo, Fratelli Treves Editori, Milano, 1879, p. 1-2. " sticky="1"}(27){/tip}
Al posto del moderno porto in cemento che possiamo vedere oggi, nell’Ottocento vi era un lungo tratto di acqua bassa a cui le grandi imbarcazioni non potevano avvicinarsi, a rischio di rimanere incagliate. I viaggiatori passarono quindi dalle navi alle spalle di facchini, oppure a portantine (per le signore). I portatori arabi li trasportarono, come valige e bauli, fino alla spiaggia fangosa, dove li depositarono. Ed e così che De Amicis si vide arrivare a Tangeri in una immagine piuttosto ironica che Cesare Biseo non manca di riprodurre in uno dei suoi schizzi-incisioni (Sbarco a Tangeri, p. 1), posto in apertura del primo capitolo del libro:
“Ed io feci la mia entrata in Affrica a cavallo di un vecchio mulatto, col mento inchiodato sul suo cocuzzolo e le punte dei piedi in mare.” {tip openonclick="1" title="Nota" text="Edmondo De Amicis, Marocco, con disegni di Stefano Ussi e Cesare Biseo, Fratelli Treves Editori, Milano, 1879, p. 2." sticky="1"}(28){/tip}
Il giorno dopo lo sbarco, De Amicis incontrò alla Legazione tutti i membri della spedizione. La partenza era fissata infatti il giorno seguente. Scovasso fece però sapere ai presenti che il viaggio era stato rimandato ai primi di maggio, perché proprio in quei giorni a Fez veniva ricevuta l’ambasciata inglese. Si era scelto di viaggiare proprio in quel periodo di fine primavera per evitare i caldi torridi dell’estate, particolarmente feroci nell’interno del paese.
Nel frattempo De Amicis e i due pittori Ussi e Biseo, vennero ospitati all’interno della Legazione, a casa del Ministro Scovasso. L’edificio si trovava nel Soco Piccolo (Zoco Chico), una piazzetta rettangolare della Medina, “circondata da bottegucce arabe, che parrebbero meschine nel più povero dei nostri villaggi”. All’epoca era la piazza principale della città, dove si affacciavano la maggior parte delle “modestissime” Legazioni straniere “che s’innalzano come palazzi in mezzo alla moltitudine confusa delle casette moresche” {tip openonclick="1" title="Nota" text="Edmondo De Amicis, Marocco, con disegni di Stefano Ussi e Cesare Biseo, Fratelli Treves Editori, Milano, 1879, p. 4-5." sticky="1"}(29){/tip}. Qui si incentrava la vita di Tangeri: si trovavano i negozi più importanti della città (tra cui la tabaccheria, la spezieria, il caffè con il biliardo), arrivavano e partivano i corrieri della posta e venivano ricevuti i viaggiatori europei. La piazza è tagliata da una lunga via principale chiamata via Shiagine {tip openonclick="1" title="Nota" text="Che in arabo significa via degli Argentieri." sticky="1"}(30){/tip} (Biseo, La strada del Soc-de-Bara, p.17). La strada sale dal mare (il primo tratto si chiama infatti via Marine), passa da due grandi portali e conduce fuori dalle mura della città “in una piazza aperta sul fianco d’una collina, chiamata Soc de Bara, o mercato esteriore, poiché ogni domenica e ogni giovedì vi si fa il mercato”. Oggi quest’ultima è una delle grandi piazze della città, ma all’epoca era semplicemente uno spazio aperto fuori dalle mura della Medina. Nelle tavole di Ussi e Biseo vi si trovano ambientate corse di cavalieri, carovane in riposo, mercati ecc, che ne sottolineano l’importanza di spazio comunitario della città. Qui si svolgevano tra l’altro la maggior parte degli eventi festivi, tra cui le celebrazioni per la nascita di Maometto o festa del Mulud. Uno degli eventi più ricorrenti di questa festa era il Lab-el-Barod: un gruppo di cavalieri si slanciava assieme in corsa sfrenata a redini sciolte. Poi all’improvviso tutti i partecipanti scaricavano i fucili lanciando il grido barod! (che significa appunto, “polvere”). Questa usanza fu molto rappresentata dagli artisti orientalisti con il nome di fantasia araba o fantasia della polvere. Con lo stesso nome era chiamato anche l’uso dei soldati magrebini a piedi di scaricare i fucili a terra tutti insieme e ballare gridando nella polvere prodotta dagli spari, mentre altri suonavano in cerchio attorno a loro. Quasi ogni pittore che si sia cimentato nell’arte orientalista, ha dipinto questi motivi.
Biseo rappresentò il primo tema dei cavalieri in corsa nell’incisione Feste per la nascita di Maometto - la danza dei soldati (p.57) e Cavalieri che si slanciano alla carriera e sparano (p.53). Mentre uomini che ballano sparando in terra furono rappresentati in un’altra incisione col titolo Un concerto indiavolato (p. 64). Altri barod a cavallo furono illustrati spesso nei capitoli seguenti del libro. Ogni volta che la carovana in cammino per Fez passava da una regione, veniva ricevuta dalla tribù di appartenenza con questa usanza.
Anche Ussi rappresentò la fantasia araba a piedi nell’incisione La festa per la nascita di Maometto (p. 264-265) dove un gruppo di mori sulla destra spara al suolo, circondato dagli spettatori. Mentre illustrò la Fantasia a cavallo nell’incisione Lab el barode davanti al campo dell’ambasciata italiana (p. 185- 186)
Nella parte più alta della città vecchia, è la Casba, una grande piazza dove si affacciavano i vari edifici del governo tangerino, tra cui il palazzo del governo, la casa del governatore della città, la prigione e una moschea dalla torre ottagonale (nonostante che in una delle incisioni di Biseo, La Casba, p.37, essa venga rappresentata di forma parallelepipeda). Da qui si può ammirare il panorama di tutta la città. In questo luogo vennero riunite prima della partenza tutte le bestie della carovana: quarantacinque cavalli, una ventina di mule da sella e più di cinquanta mule da carico arrivati da Fez, oltre agli animali noleggiati direttamente a Tangeri (Biseo, Le bestie per la carovana, p. 69).
Del resto la città si dice che è un “labirinto inestricabile di stradicciuole tortuose, o piuttosto di corridoi, fiancheggiati da piccole case quadrate, bianchissime, senza finestre, con porticine per le quali passa a stento una persona” (ben rappresentata nell’incisione panoramica di Biseo Veduta di Tangeri, p. 9 e nell’olio Veduta della Casba). De Amicis la criticò per la decadenza e la sporcizia a cui si era abbandonata dopo i grandi regni del passato. Nello stesso tempo ammirò il suo mistero e la sua bellezza, quel qualcosa di selvaggio e inspiegabile, che un europeo non potrà mai svelare e capire del tutto.
Girando per le strade la maggior parte delle annotazioni scritte e disegnate riguardano i “tipi marocchini” (Biseo, p. 8) nei loro abiti tradizionali e negli atteggiamenti più tipici. Furono particolarmente ammirate le djallaba, le lunghe cappe bianche con cappuccio che avvolgono completamente il corpo, facendo assomigliare gli abitanti a monaci o senatori romani. “Stamattina l’Ussi ha scoperto un meraviglioso Marco Bruto in mezzo a un gruppo di beduini” {tip openonclick="1" title="Nota" text="Edmondo De Amicis, Marocco, con disegni di Stefano Ussi e Cesare Biseo, Fratelli Treves Editori, Milano, 1879, p. 19." sticky="1"}(31){/tip}. A confronto De Amicis vide gli abiti europei come poveri e dimessi {tip openonclick="1" title="Nota" text="Stesse considerazioni fece Delacroix nel suo Diario durante il viaggio in Marocco del 1832: “Immagina che cosa è vedere, coricati al sole o a passeggiare nelle starde, o intenti ad accomodarsi le ciabatte, dei personaggi consolari, dei Catoni, dei Bruti, ai quali non manca nemmeno l’aria sdegnosa che dovevano avere i padroni del mondo. (…) e hanno l’aria soddisfatta come doveva averla Cicerone della sedia curule. (…) In essi io ho veramente ritrovato la bellezza antica”. Confronta inoltre gli abiti europei con quelli marocchini: “Noi, con i nostri busti, le nostre scarpe strette, le nostre ridicole guaine, noi facciamo pena. La grazia si vendica della scienza”. (Milano, 2004, pp. 35, 36)." sticky="1"}(32){/tip}.
Tra la variegata popolazione tangerina camminavano i Rifani, popolazione berbera divisa in varie tribù {tip openonclick="1" title="Nota" text="In particolare la zona di Tangeri è abitata dalla tribù che è chiamata la Cabila d’Anghera. " sticky="1"}(33){/tip} e che popola il Rif, territorio montuoso che si estende al nord del Marocco, da Tangeri al confine con l’Algeria. Gli abitanti di quelle regioni si dedicano alla pastorizia, alla coltivazione della cannabis e al banditismo. Una popolazione forte, abituata a vivere in condizioni ostili, che non riconoscevano l’autorità di nessuno, né di europei né di sultani (Biseo, Berberi del Rif, p. 33).
Piuttosto divertente è l’incontro con i santoni (Biseo, Il santo, p. 24; Santo coronato di edera, p. 256), che De Amicis, con scetticismo tutto europeo, affermò subito essere poveri “idioti o pazzi, poiché qui, come in tutta l’Affrica settentrionale, è venerato come un santo colui al quale Dio, in segno di predilezione, ha tolto la ragione per ritenerla prigioniera nel cielo” {tip openonclick="1" title="Nota" text="Edmondo De Amicis, Marocco, con disegni di Stefano Ussi e Cesare Biseo, Fratelli Treves Editori, Milano, 1879, p. 24. " sticky="1"}(34){/tip}.
Tra le varie confraternite religiose che si trovavano in Marocco, i tre fecero la conoscenza con una delle più importanti, gli Aissaua, fondata nel XV secolo dal santo Mohammed-ben-Aissa, nativo di Mechnes. Questa setta adottava pratiche corporali come l’ascesi e l’autoflagellazione di gruppo, accompagnate dalla danza e dal canto. Erano famosi per le prodezze fisiche che riuscivano a compiere, invasi da furore divino. I gruppi di religiosi erano itineranti, viaggiavano da una città all’altra raccogliendo adepti {tip openonclick="1" title="Nota" text="Questa setta è rappresentata anche da Eugène Delacroix in Fanatici a Tangeri (1837-38) e da Josep Tapirò in Festa a Tangeri. Per Delacroix vedere STEVENS, Mary Anne, The Orientalists. Delacroix to Matisse. European Painters in North Africa and Middle East, Londra, 1984, pp. 124-125. Per Tapirò vedere CARBONELL, Orientalisme; l’Al-Mahgrib i els pintors del segle XIX, 2005, pp. 144-145. Inoltre al Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi sono conservati due disegni che rappresentano le danze di un confraternita e rappresentano forse proprio quella degli Aissaua, nonostante non sia visibile la tipica treccia di capelli che questi sono soliti portare. " sticky="1"}(35){/tip}. A Tangeri De Amicis gli vide entrare nella strada che conduce al Soco Piccolo, come una folla agitata e rumorosa, che cantando e gridando si dileguò rapidamente, non senza lasciare una profonda commozione negli europei, che osservarono la scena dall’alto dei tetti delle Legazioni (Biseo, Entrata degli Aissaua, p. 49; Gli Aissaua, p. 56). Ussi gli ritrasse in un disegno e in una acquerello conservati agli Uffizi, dove un gruppo di persone balla in modo scalmanato e convulso al ritmo di tamburi (Ussi, Danza di una confraternita, e Danza).
Una comunità a parte formano poi gli ebrei, uniche persone che non hanno problemi a farsi ritrarre negli album degli artisti. I loro lineamenti sembrarono a De Amicis più simili a quelli europei, mentre le vesti erano particolarmente decorate e ricche di colori. Vivevano in quartieri loro assegnati, dai quali non potevano uscire dopo il tramonto. Erano costretti a pagare pesanti tasse e non avevano diritto di testimonianza in tribunale. Si occupavano però della maggior parte dei commerci tra l’Europa e il Marocco, spesso con la funzione di intermediari ed erano perciò tollerati (Biseo, Ebree, p.21; Ebreo, p. 245: Ragazzi ebrei, p. 340).
Tra gli spettacoli a cui gli italiani parteciparono a Tangeri, oltre a quello dell’arrivo degli Aissaua, furono la festa della circoncisione di due bambini (Biseo, Festa della Circoncisione, p. 25), il castigo di un ladro preso a bastonate dalla folla (Biseo, Castigo di un ladro, p. 32) e una processione notturna mentre portava la sposa a casa del marito, chiusa in una grande cassa sul dorso un cammello (Biseo, Sposa portata in casa del marito, p. 40). Ma gli eventi più importanti furono sicuramente i festeggiamenti per la nascita di Maometto. Questi vennero rappresentati nei vari singoli avvenimenti da Biseo (corse di cavalieri, balli, giochi e incantatori di serpenti) e in una grande veduta d’insieme del Soco Grande da Ussi. Si tratta del Muled-el Nabi, festività che segue il calendario lunare, la cui data quindi varia ogni anno.
Per quanto riguarda l’universo femminile, apparve ai viaggiatori misterioso e proibito, quindi guardato ancora di più con curiosità morbosa. Tema spesso trattato dalla pittura e dalla letteratura orientalista, la donna, schiava o favorita, nascosta nell’harem, fu sempre racchiusa da un alone di mistero. Fu un mondo soprattutto immaginato, di profumi e frivolezze, quasi sempre inaccessibile agli occhi maschili. Eppure una volta a Fez De Amicis e Biseo riuscirono di nascosto a spiare da lontano all’interno di un harem, grazie alla complicità di un custode. Da qui il famoso olio su tela di Biseo Le Favorite nel parco e le incisioni dell’edizione del ’79, Interno destinato alle donne (p. 296, sicuramente più sognato che visto personalmente) e Una terrazza a Fez (p. 345). Per il resto i ritratti femminili sono soprattutto quelli di serve e schiave. Queste avevano maggiore “libertà” di muoversi rispetto alle padrone, che passavano la vita sempre rinchiuse. Nello stesso tempo lo scrittore mise in luce con acutezza la fatica a cui erano costrette molte donne delle classi più basse della popolazione, soprattutto quelle provenienti dalle campagne. A vent’anni già sciupate dal lavoro, a trenta erano vecchie e a cinquanta ormai disfatte.
Ma la cosa che più saltò agli occhi dei viaggiatori nel visitare Tangeri fu l’incredibile mescolanza di popoli, usanze, lingue differenti che convivevano in un unico luogo. Città di porto e confine, vicinissima alla Spagna, si trovava ad avere una importanza fondamentale negli scambi commerciali e nelle relazioni politiche tra Africa ed Europa (ciò spiegò il fiorire di legazioni e ambasciate). Dalle pagine di De Amicis, tutti gli abitanti della città sembrano avere rapporti di amicizia e di affari tra loro, rispettandosi ma nello stesso tempo guardandosi con sospetto.
Emblematica è la descrizione della spiaggia di Tangeri verso sera, luogo di passeggiate e incontri {tip openonclick="1" title="Nota" text="Rappresentata anche nell’incisione di Biseo a p. 40, La spiaggia, verso il capo di Malabat." sticky="1"}(36){/tip}:
“L’ora della passeggiata è la sera, verso il tramonto. A quell’ora (sulla spiaggia) vi sarà una cinquantina d’Europei che passeggiano a coppie o a gruppi, a qualche centinaio di passi gli uni dagli altri (…). Viene innanzi una signora inglese a cavallo, accompagnata da una guida; più in là, due mori della campagna; dopo i mori, il Console di Spagna colla sua signora; poi una cameriera francese con due bimbi; poi un gran stormo di campagnole arabe (…). Direi che mi pare una passeggiata di condannati a domicilio coatto” {tip openonclick="1" title="Nota" text="Edmondo De Amicis, Marocco, con disegni di Stefano Ussi e Cesare Biseo, Fratelli Treves Editori, Milano, 1879, p.37-38. " sticky="1"}(37){/tip}.
Con l’andare del tempo molti europei residenti a Tangeri si erano “orientalizzati”: vestivano abiti marocchini, imparavano il dialetto arabo del Magreb, arredavano le case all’uso locale. Nello stesso tempo alcuni arabi si erano “occidentalizzati”, imparando ad apprezzare la compagnia europea, a fumare sigari e bere vino di nascosto, fantasticando magari un viaggio in Spagna.
Molti erano i personaggi locali che vivevano delle briciole o addirittura prosperavano all’ombra delle Legazioni straniere, veri e propri centri nevralgici della città. Esse avevano infatti la funzione di garanzia e protezione, non solo per gli europei, ma anche per la gente marocchina che si trovava più o meno al suo servizio. Ecco infatti come De Amicis descrive il clima “internazionale” che incontra a casa del ministro:
“L’edificio, per sé stesso, non ha nulla di straordinario. (…) Ma la gente, la vita di questa casa mi riuscì affatto nuova. Governante e cuoco, piemontesi; una serva mora di Tangeri ed una negra del Sudan, coi piedi nudi; camerieri e stallieri arabi vestiti di grandi camice bianche; guardie consolari, con fez, caffettano rosso e pugnale; tutta questa gente in moto per tutta la giornata. Poi, a certe ore, un andirivieni di operai ebrei, di facchini neri, d’interpreti, di soldati del pascià, di mori protetti della Legazione. (…) E la mescolanza di lingue! (…) Era un continuo intrecciarsi di traduzioni, di commenti, d’equivoci, di dubbi, intercalati di Por dios, d’Allà e di sacrati italiani.”
Il giorno 3 di maggio finalmente, dopo vari rinvii, la missione partì alla volta di Fez (Biseo, Il carico dei cammelli, p. 73, Partenza della carovana per Fez, p. 89). L’itinerario all’andata non toccò città importanti, ma al contrario la carovana sostò quasi sempre all’aperto, in tende d’accampamento. Fu accolta e scortata di volta in volta dai soldati della regione che li ospitava momentaneamente, e in loro onore vennero eseguiti sfrenati barod (Ussi, Lab –el-Barode intorno al campo dell’ambasciata italiana, p. 184-185).
I viaggiatori entrarono nelle regioni di Hadel-Garbìa, Tleta de Raissana, Alkazar-elKibir, Ben Auda, Karia-el-Abbassi, Beni Hassen, Zeguta fino ad arrivare finalmente nella città imperiale.
Fez fu descritta come una “enorme carcassa di metropoli in mezzo all’immenso cimitero del Marocco”. Qui l’ambasciata sostò ventiquattro giorni, durante i quali vennero accolti dalle innumerevoli autorità della capitale. Finalmente dopo alcuni giorni di attesa, la missione diplomatica si presentò al sovrano in persona in una grande cerimonia avvenuta fuori dalla città, tra le mura e il fiume. Il sultano rivolse il suo benvenuto all’ambasciatore e a tutti i membri della spedizione, accettò i regali offerti e promise eterna amicizia a tutta la nazione italiana.
Una udienza privata, per discutere di argomenti più pratici, avvenne invece qualche giorno più tardi nella sala dei ricevimenti del palazzo. Muley Hassan II, seduto in una piccola alcova sopra un palco di legno, comunicò con Scovasso attraverso l’interprete, il signor Morteo. Parlò di commerci, industrie e trattati, necessari al paese per avvicinarsi all’Europa. “Siamo costretti a procedere lentamente”, affermò. Dopo due anni di isolamento della capitale, il giovane sultano cercava infatti di aprire maggiormente il regno verso l’esterno. Grazie ad accordi con l’Italia, il Marocco inviò in seguito nella penisola alcuni giovani marocchini, per ricevere formazione scientifica e militare. Acquistò inoltre una cannoniera italiana (la Bashir) e sollecitò l’assistenza dell’Italia per la costruzione a Fez di una officina per la produzione di armi bianche. Nel 1882 Scovasso tornerà nuovamente a Fez, impegnandosi ad aprire la prima Legazione del Regno d’Italia nella capitale marocchina.
Il ventiquattresimo giorno di permanenza nella città, la missione si mise sulla via del ritorno. La carovana passò prima da Mechines, poi il 20 giugno da Laracce, dove sostò per un giorno. Dopo circa quattro ore di viaggio arrivò ad Arzilla, piccola città dalle alte mura a strapiombo sul mare. Da qui la carovana rientrò nuovamente a Tangeri.
Il giorno 8 di agosto il comandante, il capitano, i due pittori Ussi e Biseo e De Amicis partirono in nave per Gibilterra. Si concluse così per i due artisti il viaggio in Africa, ma non quello in Oriente.
Nel 1878 Biseo partì nuovamente per un altro viaggio, questa volta a Istambul. La missione fu quella di realizzare studi e bozzetti per illustrare Costantinopoli di De Amicis (uscito per la prima volta, a dispense, nel 1882).
Ussi invece, già più avanti con gli anni, rimase in patria e riprese, oltre ai temi orientalisti, la pittura di genere storico. Biseo si lanciò del tutto su tematiche di ambito “coloniale” realizzando opere riguardanti l’Africa italiana. Senza aver mai messo piede in Libia, realizzò le due acqueforti Una via di Tripoli (1872) e Quartiere arabo a Tripoli (1867). In occasione della visita del re Ras Makonnen a Roma nel 1886 dipinse Il ricevimento della Missione Scioana al Quirinale (1884) e La battaglia di Dogali (1887), in occasione della disfatta italiana in Eritrea.
Tarragona, 2013
Elisa Grilli di Cortona
Università degli Studi di Siena
L’ambasciata italiana da Tangeri a Fez nel 1875: dal libro di Edmondo de Amicis alle pitture di Stefano Ussi e Cesare Biseo
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