Introduzione
Shibam o Shibām (il nome deriva dal Re Shibam ibn al-Ḥārith bin Hadhramout bin Saba Al-Asghar, discendente della famiglia della regina di Saba), città dello Yemen nel Governatorato di Hadramawt risalente al III secolo a.C., sita nel deserto Ramlat al-Sab'atayn – la “terra senza ombre” [1] - lungo la strada che conduce alla capitale yemenita Sana’a (Ṣan‘ā’), crocevia di importanti carovaniere sulla via dell’incenso e delle spezie attraverso l’altopiano arabo meridionale, è famosa per le sue case-torri costruite in adobe (mattoni di terra-fango). Le sue case-torri che si sviluppano in altezza anche per 9 piani si innalzano fino a circa 36 metri di altezza fuori dal letto del Wadi Hadhramaut (Wādī ḥaḍramawt) e per questa ragione la città è ricordata anche come la ‘Manhattan del deserto’ - termine coniato dall’esploratrice inglese Freya Stark (1893 – 1993) che scrisse «Built by the hands of Giants / For Godlike kings of old»[2] -. Alcuni edifici hanno il primato di essere tra i più alti edifici del mondo costruiti in terra, anche se forse il primato in senso assoluto appartiene al minareto della moschea di Al-Mihdhar (Moschea Al-Muhdar, costruita nel 1914) nella vicina città di Tarīm, alto circa 53 metri. Shibam rappresenta uno degli esempi più antichi e meglio conservati di uso del territorio e pianificazione urbana a sviluppo verticale; la città è circondata da mura continue, omogenea per tipologia architettonica, sistemi e tecnologie costruttive, essa dispone di un sistema di smaltimento delle acque reflue molto avanzato, ma – soprattutto – è interessante per il cromatismo delle sue facciate, il colore delle sue architetture che richiamano il colore della terra di Haḍramawt. Le sue costruzioni, forse di matrice più antica, risalgono probabilmente al XVI secolo e sono state più volte restaurate e talvolta ricostruite, mantenendo tuttavia inalterate forme, funzioni, struttura e uso dei materiali [3]. Costruita su uno sperone roccioso elevato rispetto al letto del Wadi Hadhramaut è comunque sita in un’area esondabile e le fondamenta delle sue architetture risentono delle periodiche esondazioni in parte naturali in parte artificiali (legate al sistema di gestione dell’inondazione agricola per la coltivazione delle terre nel wadi), nondimeno resistono nei secoli grazie al continuo e costante lavoro di manutenzione che prevede comunque il periodico rifacimento di intonaci e rivestimenti. Oggi, l’introduzione delle tecniche di approvvigionamento idrico moderno combinato a un drenaggio insufficiente delle terre, nonché le variazioni economiche legate all’abbandono dell’agricoltura in parte a favore dell’allevamento e dell’emigrazione, hanno contribuito al degrado della città, anche se il paesaggio circostante delle terre irrigate costituisce un sistema economico integrato tra agricoltura e allevamento, tra uso del territorio e delle risorse locali, soprattutto la terra, il fango e il limo per l’edilizia.
L’urbanistica di Shibam formata da case torri, spesso contigue tra loro, all’interno della cinta muraria difensiva della città, quasi senza finestrature a livello del suolo, 2 ha rappresentato per secoli la risposta urbana alle necessità di rifugio e protezione delle popolazioni locali dalle famiglie e dalle tribù vicine; si tratta di una testimonianza eccezionale della forte concorrenza esistente tra le famiglie rivali di questa regione, così come ogni edificio era una rappresentazione del prestigio economico e politico della famiglia proprietaria, di tipo patriarcale tutta riunita sotto lo stesso tetto, e rappresenta uno splendido, ma veramente vulnerabile espressione della cultura tradizionale araba e musulmana. Essa rappresenta l’esempio più compiuto dell’architettura tradizionale urbana Hadrami o Hadharem [4].
